A Catania c'è "Casablanca". Lo scopro oggi. Lo gestiscono in prevalenza delle donne (e già questa è una gran bella notizia) e si presenta così:
«un'iniziativa editoriale al femminile, non preclusa alla collaborazione degli uomini, che possono anche svolgere incarichi di rilievo all'interno della struttura, ma caratterizzata da una partecipazione maggioritaria di donne, con l'inclinazione e la sensibilità che ne consegue;
• un'iniziativa libera anche negli strumenti : il “lavoro di cucina” (cioè la lavorazione dei prodotti editoriali) si svolge appoggiandosi esclusivamente sul software libero, principalmente su sistemi GNU/Linux. Questo sia per ragioni tecniche (il software libero è ritenuto più affidabile di quello commerciale), sia perché si segue la filosofia della condivisione delle idee e della conoscenza;
• un'iniziativa con una forte carica etica : l'idea di lanciare un'iniziativa d'avanguardia in un territorio come la Sicilia e Catania in particolare non è casuale.
Scarichiamo la rivista (tutti i numeri sono disponibili gratis in pdf) e vediamo di imparare qualcosa anche oggi. Basterebbe anche solo questa frase di Giuseppe Fava: «A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?»
lunedì 7 gennaio 2008
Le donne di Casablanca
Pubblicato da
larivistachevorrei
alle
17:24
0
commenti
Etichette: Per esempio
domenica 6 gennaio 2008
Di cosa parla una rivista?
Di che cosa dovrebbe parlare la nostra ipotetica rivista? Probabilmente è più facile dire di cosa non dovrebbe, un paio di argomenti da evitare facili da individuare sono la cronachetta innanzitutto (cioè il rumore di fondo quotidiano che riempie giornali e tivù rincorrendo finte emergenze per nascondere le questioni reali e importanti) e la politica delle conferenze stampa, quei monologhi di personaggi di dubbio spessore culturale e morale riportati dai giornalisti-zerbino, che è poi la politica tout court per come viene intesa comunemente dagli uffici stampa travestiti da giornali. La politica non è un argomento, è uno strumento con cui si dovrebbero affrontare degli argomenti, o sbaglio?
Proviamo ad elencare invece i campi di azione. Ne propongo tre, per ora:
- Territorio, ovvero della prima e più importante delle risorse irriproducibili, altro che petrolio! Quello ipercementificato di Monza e quel che resta da difendere. Magari con un occhio a quello che altrove, vicino e lontano, fanno per non distruggerlo e per valorizzarlo.
- Culture. Cioè della capacità degli uomini di comprendere perchè le cose accadono, scavando oltre la cronologia degli avvenimenti. La cronaca mangia se stessa, la cultura genera cultura.
- Cittadinanza. Ovvero del rapporto dei singoli con quanto gli sta intorno: altri singoli, entità collettive, altri paesi, l'Europa. Chi e come vive la città, da dove viene e dove va.
A me sembra già tantissimo ma sono sicuro che tu che leggi saprai segnalare molto altro ancora, tanti altri orizzonti che sui giornali che trovi in circolazione vengono affrontati senza andare in profondità o non vengono affrontati proprio. Scrivi, parliamone.
Pubblicato da
larivistachevorrei
alle
23:33
1 commenti
Etichette: Proposte
venerdì 4 gennaio 2008
Una rivista a cinque punti
Carlo Vittone, docente e micro-editore, accoglie l'invito ed espone il suo punto di vista, anzi i suoi 5 punti di vista.
Caro Antonio, non è che l'argomento, detto con franchezza, mi attizzi più di tanto. Però, se ciò dovesse succedere, vorrei fissare alcuni paletti che ritengo necessari
Sul primo punto mi pare di aver già scritto, sono perfettamente d'accordo.
Sul 2 c'è da capire. Io non sono fra quelli che dividono il mondo fra Centrodestra e Centrosinistra, però ho difficoltà a confondere chi crede che il 4 novembre si possa rendere onore ai caduti per la libertà e quelli che pensano di inchinarsi davanti ad un fascista senza fare una piega. E questo prima o poi c'entra, certo che c'entra.
Il territorio di riferimento io lo vedo sempre e solo come un punto di partenza per discutere e capire il futuro, senza rinchiudersi entro le mura (detto da uno nato ad Altamura poi...) e senza perdersi dietro l'esotismo.
Sul 4 e 5, le forme di finanziamento possibili non sono molte ma l'investimento in prima persona (di energia e impegno più che di soldi) è imprescindibile.
E tu che leggi non dici nulla?
Pubblicato da
larivistachevorrei
alle
13:43
0
commenti
Etichette: Proposte
mercoledì 2 gennaio 2008
Quel che non ha prezzo.
È capitato che parlando dell'idea di creare una rivista a Monza con i giornalisti di "professione", appena pronunciata la parola magica "volontariato" il dialogo sia diventato un monologo. Capisco che ogni mestiere è mestiere e vada retribuito (chi lo mette in dubbio?), altra cosa è la possibilità di ragionare su un bene "sensibile" come l'informazione senza scartare a priori l'ipotesi di lavorarci contribuendo, investendo del proprio. O ci metti il grano o ci metti il lavoro se vuoi che lo strumento sia anche tuo. Altrimenti lavori per altri e quegli altri hanno tutto il diritto di decidere quel che vogliono: loro investono, loro decidono.
Confondere poi il gratuito con il velleitarismo mi sembra, nel 2008, davvero un errore di miopia, soprattutto se si sta discutendo utilizzando una piattaforma come Blogger. Che è gratuita.
Il gratuito e la ricerca della felicità, ovvero la soddisfazione di fare qualcosa non solo per ricavarne denaro ma per dare un senso condiviso al proprio operare, non sono una mia ingenua chiave di lettura. Ecco un passaggio di Luca De Biase in proposito. Egli è il curatore di Nova24, il supplemento scienza, tecnologia e innovazione del Sole 24 ore. Notoriamente giornale di giovinastri velleitari.
NB I grassetti sono miei.
3. Il gratuito e la qualità
[...] Le nuove ricerche economiche stanno dimostrando che la crescita non è sempre ciò che rende felici le popolazioni e che anzi avviene a scapito di quello che rende felici: sostituisce le relazioni di fiducia, le amicizie, le solidarietà con altre relazioni basate sulla moneta e l'interesse.
La dimensione del gratuito è invece enormentemente importante. Una volta superata la soglia della sopravvivenza, la qualità della vita dipende essenzialmente da cose gratuite. Che non sono solo oggetti che non costano nulla, anzi. Il gratuito è anche - e spesso soprattutto - un attributo di beni e relazioni che invece possono avere anche un prezzo: la motivazione professionale di chi lavora è un attributo gratuito di una relazione che invece è strettamente monetaria, ma cambia la qualità di tutto.
Quello che emerge dai blog e dalle altre forme di ricerca collaborativa non è un insieme di relazioni che non costano nulla: ma il loro significato vero deriva dalla voglia di ognuno di donare alla rete una parte del suo tempo e delle sue idee per riceverne un arricchimento che nessuna quantità di denaro potrà mai pagare.
Si ha l'impressione che questa dimensione del gratuito vada ripensata e reinserita nei gangli fondamentali della ricerca economica. L'economia della felicità, la fine dell'idea dello homo oeconomicus, introduzione dell'analisi degli obiettivi nella ricerca economica accanto alla ricerca sulle risorse, sono segnali deboli di un bisogno profondo. Non esisteva la "nuova economia" di speculativa origine; ma di certo c'è bisogno di un'economia nuova. Questo libro cerca di darne conto.
Pubblicato da
larivistachevorrei
alle
18:24
1 commenti
Etichette: Opinioni a riguardo
Giornalismo senza ammmore
Mentre continuano ad arrivare opinioni e proposte (poche ma interessanti), proviamo a capire come e cosa dovrebbe essere la rivista che vorremmo?
Comincio io con un paio di desideri. Vorrei una rivista su cui scrive chi ha voglia di farlo davvero, chi ne ha desiderio, chi ne ha il bisogno. Persone che abbiano voglia di narrare la città e il territorio non perchè gli porti in tasca qualche manciata d'euro.
Per il giornalismo senza amore ci sono già i tanti viali dell'informazione, quotidiani, settimanali, mensili, tivù eccetera.
La logica del volontariato. Investire parte del proprio tempo, parte delle proprie energie per costruire delle pagine in cui riconoscersi, su cui studiare, ricercare e confrontarsi. Come punto di partenza ovvio. Se una rivista è fatta con passione è più probabile che riesca più interessante, per chi la legge e per chi può usarla come mezzo pubblicitario.
Carta Libera era una piccola testata nata nel deserto dell'entroterra barese. Per cinque anni è stata un laboratorio di idee, esperimenti, proposte, critiche. Gestito in completa autonomia da chi ci scriveva, molti giovani e giovanissimi, qualche attempato signore. Per cinque anni ci facemmo un mazzo così, ci scontrammo tante volte, ma soprattutto ci divertimmo tantissimo. E tutto quello che c'era bisogno di dire e scrivere lo dicemmo e lo scrivemmo.
Il secondo desiderio è questo: vorrei una rivista che non dipenda da alcuna scadenza elettorale. Anzi di più, vorrei una rivista che non dipenda proprio dal sistema politico tradizionale (e neppure da quello economico). Capace di dialogare con essi ma soprattutto di non subirli. Schiena dritta santo cielo!
Che non sia in balia della logica dello schieramento, anche perchè gli schieramenti o sono troppo larghi o sono troppo stretti. Non credo alle menate dell'obiettività, anzi in genere mi danno fastidio perchè nascondono ipocrisie e banalità da salottino, ma non credo neppure alle menate da partito preso.
Non c'è bisogno di essere uno "del mestiere" per aver voglia di un giornale "alternativo" e poter dire, qui, come lo vorresti. Tu che desiderio hai?
Scrivi un commento oppure manda una e-mail a ilgiornalechevorrei@gmail.com
Pubblicato da
larivistachevorrei
alle
10:55
3
commenti
Etichette: Opinioni a riguardo
