Per il secondo incontro "offline" ci vediamo martedì 19 alle 21. Saremo ospiti de "Il Fannullone" in via Borgazzi 105 (qui la mappa). Molta carne al fuoco: la formazione dell'associazione culturale, i gruppi di lavoro, lo statuto... Come sempre porte aperte a tutti... rompiscatole e menagramo esclusi
domenica 10 febbraio 2008
Nuovo incontro: martedì 19 febbraio. Il via definitivo?
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larivistachevorrei
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È la stampa, bellezza
Fra informazione fastfood e ufficistampa travestiti da redazioni, l'attendibilità e la qualità dell'informazione si rivela per quello che è in una ricerca sui tanto osannati quotidiani inglesi "di qualità". Figuriamoci cosa verrebbe fuori facendo una indagine sui giornali nostrani. Da lsdi.it Quasi l’ 80% degli articoli pubblicati sui giornali nazionali di qualità del Regno Unito sono in buona parte fatti riciclando notizie di agenzia o comunicati stampa. E’ uno dei risultati di una recente ricerca realizzata dal Dipartimento di giornalismo dell’ Università di Cardiff, secondo cui – tra l’ altro – alcuni giornalisti di Fleet Street producono attualmente almeno tre volte in più di quanto facessero 20 anni fa. La ricerca – spiega un articolo su Press.gazette.com – ha rilevato che la maggioranza dei servizi contenuti nei giornali nazionali britannici sono realizzati in gran parte con materiali forniti da Uffici stampa o agenzie. In particolare sarebbero queste le proporzioni: The Times, 69 per cento; The Daily Telegraph, 68 per cento; Daily Mail, 66 ; The Independent, 65, e The Guardian, 52 per cento. Criticando aspramente quello che definisce “churnalism”*, Nik Davies, un esperto di media del Guardian, dice: “Ora più che in passato, siamo coinvolti in una produzione di massa di ignoranza perché le corporation e gli amministratori hanno tagliato gli organici, aumentato I nostri ritmi di lavoro e ci hanno definitivamente incatenato ai nostri desk”. Il “poco di giornalismo che produce la stampa”, commenta ancora Kaiser-Bril, “deriva dunque dal forte aumento del numero di articoli che il giornalista deve produrre. Risultato: del personale qualificato viene pagato per fare del copia-e-incolla e produrre articoli mediocri. Così Ci perdono tutti: i giornalisti, che non hanno più il tempo di fare il loro vero lavoro e agli editori che si ritrovano con tonnellate di invenduto”. Una volta di più questo esempio mostra che il problema della stampa non si limita a internet. Il web ha semplicemente messo fine all’ oligopolio che gli assicurava dei margini di profitto indebiti. L’ arrivo della concorrenza online mette i media tradizionali di fronte alle loro contraddizioni. Il contenuto che essi producono è semplicemente non competitivo. Unico problema: per cambiare modello e mentalità (cosa per cui sembra ci voglia molto tempo, stando a questa testimonianza di Howard Owens) ci vogliono soldi. Molti soldi. I giornali britannici ne ancora ancora un po’, visto che i tassi di profitto sono ancora vicini al 10%. In Francia – conclude Kaiser-Bril – il compito si annuncia più arduo. E da noi in Italia? —– * Da “churn out”, “produrre in grande quantità”. Vedi anche “Churnalism”, in Freemania, e “The difference between journalism and churnalism” (Guardian).
Una ricerca dell’ Università di Cardiff ha accertato che l’ 80% degli articoli dei giornali di qualità del Regno Unito sono prevalentemente fatti riciclando notizie di agenzia o comunicati stampa - E che alcuni giornalisti ora producono materialmente almeno tre volte in più di quanto facessero 20 anni faDal giornalismo al “churnalism”, produzione di massa di ignoranza
The Telegraph, Guardian e Times non hanno voluto commentare la ricerca, mentre PressGazette ha raccolto le reazioni nelle redazioni del Daily Mail e dell’ Independent che comunque, riporta Nicolas Kayser-Bril sull’ Observatoir des médias sono state del tipo: « Ah, ma noi no, noi non siamo così, forse gli altri».
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larivistachevorrei
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lunedì 4 febbraio 2008
Ivan il possibile.
L'intervento di Ivan Commisso è dedicato a coloro che hanno dubbi sulla possibilità di vita di una rivista di "questo" tipo. A Carta libera avevo già accennato qualche settimana fa come ad un esempio concreto (per 5 anni e più di 100 numeri) a cui io stesso ho potuto partecipare.
Sto seguendo da qualche tempo le vostre “evoluzioni”. È stato Antonio, mesi fa, a segnalarmi questa piacevole discussione online. Vedo che siete arrivati al momento di definire cosa volete fare e come, partendo da un perché. Boh, non sono mai stato una mente. Mai avute capacità intellettuali per disegnare grandi cose. Vi racconto la mia, è più semplice. Quattordici anni fa, un gruppo di ragazzi più grandi di me mi invita a una serata in cui si sarebbe discusso di un progetto editoriale: un giornale cittadino fuori dagli schemi da far nascere. Non mi conoscevano se non per interposta persona, gli era bastato il mio generico interesse per l’idea. Ci ritroviamo in una ventina. C’erano gli entusiasti, i grintosi, i timidi, i silenziosi, gli scettici e gli scettici a prescindere. Storie diversissime ma un comune sentire: il provare a raccontare quel che accadeva in città (ossia raccontare la propria vita) da una prospettiva diversa, stimolante, divertente. Un po’ quello che mi pare stiate tentando di fare voi.
Mettemmo su un giornale da zero: grafica, articoli, revisione bozze, raccolta pubblicitaria, corse in tipografia. Ognuno scriveva di quel che sapeva o di cui era interessato e, nonostante ciò, non siamo mai stati cacofonici. Bastava ritrovarci ogni settimana per la riunione di redazione e drizzare le antenne di quel nostro comune sentire che ci legava per trovare automaticamente la sintonia (e mi pare che pure voi di sintonia ne abbiate non poca). Quello stimolo (o bisogno?) che ci univa si tradusse in un linguaggio tutto nostro, un approccio riconosciuto, una forte identità che durò più di cento numeri e dura tuttora in altre forme. E non era poi nemmeno così faticoso portare avanti il progetto, perché quel che facevamo ci piaceva, piaceva (e doveva piacere) per primi a noi, non avendo alcuna velleità messianica o catartica. Il bello era che più i numeri del giornale piacevano a noi, più piacevano ai lettori. Questo racconto per dirvi che non so quale forma espressiva sia più consona per quello che provate e vi lega, ma vi consiglierei di non volare bassi, di non essere timorosi. Io, al posto vostro, un bel pensiero a una curata rivista su carta lo farei. Non si tratta di fisica nucleare, né di produrre chissà quali immani sforzi. Ma vuoi mettere il gusto di avere tra le mani un oggetto in tre dimensioni, frutto della vostra testa e dei vostri sforzi, che vi piace? È, nemmeno troppo paradossalmente, più facile a farsi che a dirsi.
Buon lavoro Ivan Commisso
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larivistachevorrei
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sabato 2 febbraio 2008
Pippo, Savićević e Muñoz
Caro Antonio,
[...] Rimango dubbioso sulla possibilità però di aprire una rivista così come tu la concepisci. A me piacerebbe tanto che si facesse un aggregatore di contenuti, per incominciare, proprio come fanno i blogger più bravi di me, o come fa BlogBabel di mestiere. Così vediamo quanta carne c'è sul fuoco, chi potrebbero essere gli interpreti della nuova iniziativa editoriale, chi scrive di Brianza e soprattutto perché lo fa. Potrebbe essere un buon inizio e una bella sassata nello stagno, nella terra da sempre individualista e diffidente dell'altrui attività (che sia imprenditoriale o letteraria, cambia poco...). Aggregaci, caro Antonio. E una mano te la darò volentieri. pippo
Come direbbe Nicola Frangione, la sollecitazione di Pippo Civati è acuta. Certo terrorizza quell'aggregaci, in tempi in cui le aggregazioni si sgretolano come merda al sole, seccando.
È stato Gimmi Perego, a dicembre, il primo a parlare di network «Mi viene spontaneo, allora, pensare più che ad un giornale centralizzato, ad una federazione, ad una rete. Di Blog, di siti di associazioni, di spazi per chi un sito non ce l'ha... Che una volta individuata una carta d'intenti comune lavorino in modo sinergico». Anche Primo Casalini più volte ha parlato di multiblog. Dico la mia, una ipotesi di questo tipo non mi fa sangue. Vuoi mettere l'adrenalina di decidere in cinque, in dieci, in quindici il timone del prossimo numero, scambiarsi le informazioni per azzannare al meglio gli argomenti, dividersi i compiti, ghignare dell'effetto che farà quel titolo o quella foto, l'ansia di chiudere in tempo...
Non ci posso far nulla, l'elaborazione collettiva mi pare ancora una sfida che vale la pena di affrontare. Rispetto assoluto delle singole personalità, ma le formiche il lavoro grosso lo fanno faticando tutte insieme. È per questo che da vent'anni mi chiamano Ant. Il network dei blog, il loro raccordo, l'elaborazione degli strumenti che li possano "aggregare" al meglio è, lo ammetto, una parte del progetto che ho in mente. Una parte importante perchè potrebbe attingere a realtà interessanti e vivaci. Ma dovrebbe restare una parte, il cuore (!) e la testa della rivista dovrebbe stare nella redazione.
Insomma sì, se non viene fuori niente di meglio si fa. Va bene anche vincere ai rigori. Ma se segna Savićević con il pallonetto da fuori area, allora è festa.
Non so se l'idea della rivista è velleitaria, utopica. Ma che "La politica è l'arte del possibile" ce lo ricordano da mane a sera pure i baci perugina ormai. A me il sorriso lo mette il poster di Josè Muñoz: "L'utopia è possibile perchè è l'arte della necessità".
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larivistachevorrei
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venerdì 1 febbraio 2008
Bentornato
Più che vintage è proprio antico. Il nuovo/vecchio Diario è bellissimo, ridisegnato, sobrio, denso, un po' New Yorker un po' libro. Da oggi in edicola come quindicinale, così ci sarà finalmente tutto il tempo di leggere le sue 100 pagine (senza pubblicità). Costa 7 euro, ma la qualità non è un lusso. Se la rivista che vorremmo gli somigliasse, a me farebbe piacere.
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larivistachevorrei
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